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giovedì 25 dicembre 2014

A Devil's Wish

"Ah, queste cose non fanno per me."
"E dai, smettila di lamentarti!"
Guardò le strade con aria cinica. Tutte quelle luci colorate che lampeggiavano, gli alberi decorati a ogni angolo, persone accalcate davanti alle vetrine: ma che senso aveva? Infondo, era un giorno come un altro. Dopo tutti i festeggiamenti, i regali, ognuno sarebbe tornato mestamente alla propria vita, come se nulla fosse mai accaduto.
"Ti ricordo che ho rischiato di farmi espellere da scuola per te." riprese Eric, agitando le mani nelle tasche della felpa. "Mi devi questo favore."
"Hai rischiato di farti espellere perché sei un idiota, non per me. Nessuno ti ha chiesto di fare quello che hai fatto."
"Ehi!" protestò. "Quando qualcuno insulta il mio migliore amico, non posso stare a guardare. Se lo è meritato!"
"Non c'era bisogno che gli rompessi il naso."
"Sì, invece!"
Castiel lo guardò severamente, poi gli rivolse un sorriso benevolo. Avrebbe voluto ringraziarlo, ma non trovava alcun modo per farlo. Le parole gli rimanevano bloccate nella gola, non riusciva a pronunciarle. Sospirò e cambiò argomento.
"Hai già in mente cosa regalarle?"
"No. Per questo ho bisogno di te."
"Ok. Sai almeno cosa le piace?"
"Be'... Le solite cose."
"Non ne hai idea, vero?"
Eric si grattò la nuca e chinò la testa, e Castiel rise. Si guardò intorno, cercò nella piazza gremita di persone l'insegna di qualche negozio che avrebbe fatto al caso loro, poi affermò:
"Infondo a questa strada c'è una boutique che sta per chiudere e ha la merce in saldo."
"Borsetta griffata a prezzo stracciato!" esclamò Eric, chiudendo la mano in un pugno. "Ottima idea!"
Si avviarono decisi verso la direzione scelta, lasciando le proprie impronte sulla neve caduta quella mattina. Molte persone, seppur indaffarate con gli ultimi acquisti natalizi, spendevano qualche istante a osservare quella strana coppia, quei due ragazzi così diversi tra loro: Castiel, distante dal mondo nella sua giacca lunga e scura, che non aveva ancora vent'anni e già sembrava adulto, ed Eric, entusiasta e sorridente come un bambino. Era difficile immaginarli amici, persino compagni di scuola.
Eric scosse la testa. Davanti a loro, una ragazza vestita come un gattino dei cartoni animati raccoglieva fondi per qualcosa e distribuiva volantini, faceva giravolte, canticchiava una sorta di canzoncina e si inchinava quando qualcuno le lasciava un'offerta e conversava con i bambini rapiti da quella sorta di gigantesco peluche vivente.
"Deve fare un caldo terribile là sotto." commentò. "Sai, mi sono sempre chiesto chi ci fosse, nascosto dentro quei costumi. Tu no?"
Castiel sbottò cinico:
"No, mai."
"Spesso ho sperato di vedere una ragazza bellissima che si leva quella testa di peluche e si volta a sorridermi."
"Eric, se fosse una ragazza bellissima, raccoglierebbe molti più soldi vestita da coniglietta di Playboy, che da peluche. Se le hanno messo in testa quella palla di pelo, deve esserci un motivo."
"Sei tremendo!"
Quando le passarono vicino, la ragazza gli offrì due dei volantini che teneva in un cestino di vimini, e li salutò agitando la mano, per poi tornare a gesticolare per i bambini che l'assalivano euforici.
Castiel ed Eric lessero distrattamente quei foglietti colorati.
"Raccoglie fondi per la mensa della scuola." fece Eric.
"Che razza di scuola è, se non può nemmeno permettersi una mensa?" commentò l'altro derisorio. "Certi istituti dovrebbero essere chiusi e basta."
"Non fare lo spocchioso solo perché hai qualche soldo in più, ok?"
Quando arrivarono davanti al negozio che Castiel aveva consigliato all'amico, entrambi rimasero con gli occhi sgranati ed esitarono. C'era una fila lunghissima all'ingresso, e una commessa infreddolita che cercava di tenere a bada i clienti e fare ordini.
"Oh, no!" esclamò Eric, "Quanto tempo ci vorrà per entrare?"
"Non meno di un'ora, e dubito che rimarrà qualcosa di decente."
"Accidenti!"
Castiel si accese un'altra sigaretta e si guardò intorno risoluto.
"Ascolta, vado a vedere cosa posso trovare in giro, tu resta a fare la fila."
"Davvero lo faresti?"
"Sì. Non farti fregare il posto, idiota."
Senza nemmeno ascoltare i ringraziamenti nei quali l'amico si era profuso, tornò a grandi passi verso la piazza, facendosi strada tra le famiglie sorridenti che occupavano i marciapiedi, i ragazzini che correvano avanti e indietro e le coppiette smielate che camminavano lentamente per strada.
Castiel si sentiva come in una bolla. L'unico essere umano rinchiuso in una bolla di realtà, mentre il resto del mondo si fingeva felice e festeggiava senza alcun vero motivo.
La ragazza-peluche era ancora lì, e i bambini non la circondavano più. Lui la guardò da lontano, incuriosito. La vide afferrare con le dita la testa di gatto che indossava e tirarla verso l'alto.
Ripensò alle parole di Eric e prese a fissarla con attenzione. Chissà com'era realmente, il suo volto.
Vide una splendida cascata di boccoli scuri scivolare dal collo alle spalle della ragazza, lentamente. Poi, lei scosse la testa per ravvivarli, e si stropicciò gli occhi prima di mostrare le iridi di un caldissimo color miele. Il viso era accaldato, le gote rosse, le labbra umide, il collo bianco e madido di sudore.
Restò con la bocca schiusa per lo stupore, e la sigaretta gli cadde a terra, rotolando un paio di volte prima di spegnersi nella neve. Sembrava una bambola di porcellana che aveva appena preso vita. Era bellissima.
Si avvicinò per guardarla meglio, pensando a un modo per parlarle. Infondo, sarebbe stato semplice. Gli sarebbe bastato mettere dei soldi nel cestino, iniziare una conversazione banale e portarla via con sé. Dimenticò completamente dell'amico rimasto a fare la fila fuori a un negozio. Doveva averla, a ogni costo. Voleva sentire la sua voce, il suo profumo, la morbidezza di quei capelli.
Osservandola, però, rallentò il passo. Era minuta, con le braccia gracili e le mani piccole. Il seno non ancora sbocciato e il corpo acerbo. Un fiore che non poteva essere colto così presto.
Si fermò e si premette un palmo sulla fronte. Cosa stava facendo? Quella era poco più che una ragazzina. Probabilmente, sarebbe diventata una donna stupenda entro un paio di anni, ma non poteva avvicinarsi a lei. Era abituato a un altro genere di ragazze, a quelle consumate nell'anima e nel corpo come lui, quelle alle quali poteva mentire senza avere sensi di colpa e che sapevano difendersi da sole. Una creatura così fragile e delicata, come un fiocco di neve... Aveva bisogno di essere protetta, mentre lui l'avrebbe solo sporcata, rovinata.
Sospirò con amarezza. Nel frattempo, un gruppo di bambini l'aveva di nuovo accerchiata. Qualcuno la chiamava, qualcun altro chiedeva abbracci e giravolte, e lei pazientemente li accontentava tutti. Non si accorse nemmeno di lui, quando le passò accanto e mise una cifra spropositata nel suo cestino.



    Nella mente di Castiel, quel ricordo era rimasto ben impresso. Erano passati quasi dieci anni, ma ricordava ancora perfettamente le fattezze di quella ragazzina. Seduto sulla sua poltrona, sul trono del Charming Devil, con il registro aperto tra le mani, alzò il volto verso Emily, che lucidava il pavimento canticchiando.
"No, non può essere." mormorò impercettibilmente tra sé e sé.

mercoledì 29 ottobre 2014

Racconto di Halloween - Miss Jackson

"Raccontaci una storia di fantasmi!" squittì una ragazza, sporgendosi verso di lui e facendo oscillare le fiamme di alcune candele con il proprio movimento.
"Sì, facci spaventare!" incalzò l'altra.
Castiel sospirò. Non gli piaceva molto raccontare storie, e non amava in particolare quelle di fantasmi, ma dopotutto era la notte di Halloween, e le sue clienti erano così entusiaste e chiassose. Almeno, se si fossero messe buone ad ascoltarlo, avrebbero fatto silenzio.
"Non conosco storie di fantasmi." rispose galantemente. "Ma ne ho letta una interessante in un libro, una volta."
"Va bene lo stesso!" acconsentì la terza cliente, seduta di fronte a lui. "Adoro la tua voce, ti ascolterei per ore."
"Grazie." alzò lo sguardo verso il tavolo di fronte, dove Emily stava ripulendo le tracce lasciate dall'ultimo appuntamento di Noah, e la chiamò con un cenno. "Emily, vieni qui per favore."
Lei ubbidì immediatamente, si avvicinò e chiese:
"Sì?"
"Siediti insieme a noi. Vi racconterò la storia di Miss Jackson." accavallò le gambe, poggiò una mano sul ginocchio e cominciò a parlare con calma, mentre le sue clienti, un po' indispettite dalla presenza di Emily, aspettavano ansiosamente.
"Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, Lord Farey e Mr. Shawn premeditavano una tremenda vendetta nel laboratorio segreto del primo. C'era una vedova che Lord Farey voleva morta ad ogni costo. Lui gli si era proposto molte volte, come secondo marito o come amante, ma lei lo aveva sempre rifiutato, infliggendogli ogni volta una nuova ferita nell'orgoglio e nel cuore.
 Mr. Shawn, ovviamente, non aveva alcun legame con questa storia. La sua unica sfortuna era quella di essere amico di Lord Farey, e incapace di rifiutare la sua richiesta di aiuto.
Dunque, i due confabulavano di commettere questo omicidio, ma avevano intenzione di renderlo un delitto perfetto. Innanzitutto, nessuno di loro voleva sporcarsi le mani, per cui decisero che avrebbero indotto qualcun altro a macchiarsi di tale peccato. La seconda cosa che stabilirono fu che si sarebbe trattato di una donna, in quanto sarebbe stato molto più semplice farla avvicinare alla vittima. Infine, per fare in modo che il delitto fosse veramente perfetto, avevano bisogno di qualcuno impossibile da identificare, un colpevole che agisse nell'ombra più totale. E chi avrebbe potuto fare al caso loro, meglio di una persona deceduta? Una donna morta non poteva essere accusata di nulla, né rintracciata. Qualsiasi prova contro di essa sarebbe stata totalmente futile: come poteva una donna morta risorgere dalla tomba per uccidere qualcuno?"
Emily ridacchiò e si spostò una ciocca di capelli:
"Quindi, i due decisero di evocare un fantasma, Castiel? Non mi aspettavo una storia tanto banale da te."
"Infatti, avevi detto che non conoscevi storie di fantasmi, Castiel!" si unì una cliente.
Lui annuì e riprese a raccontare:
"Lord Farey e Mr. Shawn non evocarono alcun fantasma, mia cara. All'inizio della storia, ho detto che i due amici si trovavano in un laboratorio segreto. Lord Farey era in possesso di un esotico macchinario in grado di ridare vita a qualcuno che fosse morto da non molto tempo, e che fosse tutto intero, ovviamente. Non chiedetemi quali principi ci fossero dietro a questa diavoleria, perché nessuno ne era a conoscenza.
Dunque, una sera, i due si recarono al cimitero, alla ricerca di ciò che cercavano. Camminando tra le file di croci e lapidi, trovarono la tomba di Miss Jackson. Il ritratto inciso rivelava una ragazza bellissima, giovane e dai lunghi boccoli scuri, come quelli di Emily. Il terreno sotto il quale la fanciulla riposava era ancora morbido, segno che la sua triste morte era avvenuta da poco. Armati degli strumenti necessari, cominciarono a scavare, fecero emergere la bara, la forzarono e si trovarono di fronte alla ragazza. Era ancora più bella di quanto credessero.
Lord Farey chiese all'amico di prendere la ragazza in braccio per trasportarla al laboratorio, e Mr. Shawn ubbidì. Era fredda come il ghiaccio, ma la sua pelle era ancora morbida e liscia come la porcellana. Sembrava quasi che dormisse.
Nel laboratorio, legarono Miss Jackson con delle cinghie su un lettino e azionarono il macchinario. Poco dopo, sotto gli occhi increduli di entrambi, la giovane prese a tremare, poi a dimenarsi, bloccata dai legacci che la tenevano ferma, e infine spalancò i suoi grandi occhi.
Mr. Shawn corse a liberarla, mentre Lord Farey osservò meravigliato il risultato della sua opera. Ben presto, però, si resero conto che Miss Jackson era totalmente priva di memoria. Non conosceva nessuno, non ricordava le strade della città, non riconosceva alcuni oggetti. Tutto sommato, era meglio così, conclusero i due. Morta e senza ricordi: impossibile da trovare persino per il migliore degli ispettori e facile da plagiare.
Lord Farey istruì per bene la ragazza. Le mostrò come usare un pugnale per uccidere una persona e le fece vedere molte volte la sfortunata vittima delle sue congiure, in modo che la riconoscesse anche in mezzo alla folla.
Mr. Shawn, invece, si occupò di rieducare la dolce Miss Jackson, così che sarebbe riuscita a mescolarsi tra la gente come una signorina comune. Le insegnò le buone maniere, fecero insieme lunghe passeggiate e lesse per lei molti libri. Era inevitabile che finisse per innamorarsi di lei."
Emily ridacchiò di nuovo, ma infondo, quel racconto la intrigava.
"Che cos'è, una grottesca commedia romantica?"
Castiel sospirò.
"Non interrompermi, Emily.
Essendosi innamorato di lei, Mr. Shawn propose un piano alla ragazza: dopo aver realizzato la vendetta dell'amico, si sarebbero incontrati al cimitero, alla tomba di Miss Jackson, e sarebbero fuggiti insieme.
Arrivò il giorno in cui il delitto doveva essere compiuto. Di sera, con il pugnale nascosto nel corsetto, Miss Jackson si avviò sulle tracce della donna che tanto aveva fatto soffrire Lord Farey. La vide nel giardino della sua villa, insieme ai suoi bambini. Ridevano, e giocavano insieme. Teneva tra le braccia uno dei piccoli.
Miss Jackson esitò, si ribellò ai suoi ordini, lasciò cadere a terra il pugnale e corse via, diretta al cimitero, per incontrare Mr. Shawn e fuggire.
Purtroppo, però, Lord Farey scoprì l'accaduto e si infuriò. Recuperò la propria arma brutalmente gettata via dalla giovane risorta e la pedinò, intenzionato a toglierle la vita che le aveva ridato con lo stesso pugnale. Arrivato sul luogo dell'incontro apprese che persino il suo migliore amico, Mr. Shawn, aveva cospirato alle sue spalle.
Si avventò ferocemente sulla ragazza, ma l'amico lo contrastò, e al prezzo di una ferita, riuscì a salvarla.
Accecato dalla rabbia, Lord Farey abbandonò il pugnale per lanciarsi su Mr. Shawn e colpirlo a mani nude in pieno viso.
Di fronte a quello scempio, Miss Jackson cominciò a riflettere: se era tornata alla vita solo per uccidere una donna innocente, solo per mettere due amici l'uno contro l'altro, allora avrebbe preferito piuttosto restare morta. Quindi prese l'affilato pugnale abbandonato da Farey, se lo puntò dritto al cuore e... i due uomini, incapaci di reagire, la videro cadere e tornare alla morte, sulla sua stessa tomba."
Finito il racconto, Castiel guardò le sue clienti allibite, che, con la bocca schiusa, ancora pendevano dalle sue labbra.
"Che finale triste." commentò una delle ragazze. "Perché Miss Jackson avrebbe dovuto fare una cosa del genere?"
"Forse perché non voleva più lasciarsi usare." intervenne Emily, alzandosi per tornare al proprio lavoro. "È una bella storia, Castiel. Grazie di avermela raccontata."

sabato 20 settembre 2014

Bianca Brown intervista il Charming Devil! - Castiel, il proprietario

C.: Bianca, sul serio, quante volte hai intenzione di intervistarmi ancora?
B.:Finché le mie lettrici non saranno soddisfatte. Questa volta, ho raccolto le domande più piccanti che sono arrivate in redazione. Risponderai sinceramente, vero?
C.: Dipende. Non ho molto tempo.

[...]

B.: Bianca Brown, ancora una volta ai tavoli del Charming Devil, per farvi conoscere più intimamente Castiel, il misterioso e seducente titolare. Le domande sono state accuratamente scelte tra quelle pervenute alla redazione di S.A., e il nostro host risponderà senza peli sulla lingua. Dico bene, Castiel?
C.: Tutto quello che vuoi.

B.: Iniziamo a scaldare l'atmosfera. A quanti anni è stata la tua prima volta?
C.: Quattordici.
B.: Piuttosto precoce, si direbbe. Com'è andata?
C.: Non mi ricordo.
B.: Bugiardo!
C.: Diciamo che non è andata nel migliore dei modi. La prima volta è una cosa orribile, non hai idea di come comportarti ed è impossibile rimanerne soddisfatti. Preferisco di gran lunga l'ultima volta. Vuoi che ti racconti quella, Bianca?
B.: No, per carità, o mi farai censurare l'intervista. Cambiamo domanda: qual è il posto più strano dove hai fatto sesso?
C.: Sicura di volerlo sapere?
B.: Ma certo.
C.: Quella volta sotto la tua scrivania, ricordi?
B.: Mio Dio, piantala!
C.: (ride)

[...]

B.: Riprendiamo. Una delle domande che le lettrici ci hanno inviato più spesso è: lo hai mai fatto con più di una donna contemporaneamente?
C.: No.
B.: Oh, andiamo, da te mi aspettavo di più!
C.: Sì, è una mia mancanza, ma non riesco a gestire più di una donna allo stesso momento. E poi, ci sarebbero troppe mani a toccarmi, e io detesto farmi toccare, lo sai.
B.: Già. Come mai? Hai una sorta di fobia per i batteri, o qualcosa del genere?
C.: No, mi da solo fastidio. Le mani delle persone sono troppo calde, mi sento pungere la pelle quando mi sfiorano, ed è terribile.
B.: Sei un uomo piuttosto strano. Andiamo avanti con le domande, dunque, la prossima è...
C.: Mi dispiace, devo andare.
B.: Cosa?! Ma abbiamo appena iniziato!
C.: La mia gattina si è allontanata troppo, devo trovarla prima che si cacci nei guai.
B.: Posizione preferita? Dimmi solo questo, così arriveremo almeno a cinque domande.
C.: Un po' di fantasia, dovresti ricordarlo. Torna a trovarmi un'altra volta, ok?

[...]

B.: Odioso, è semplicemente odioso.

domenica 10 agosto 2014

Confessioni da privè - La prima volta

Quel giorno c'era un caldo asfissiante. Il giorno in cui decisi che sarei diventata una vera donna.
Mi vergognavo di essere vergine. Le mie amiche raccontavano sempre di orgasmi mozzafiato e io restavo muta. Se provavo a inventare delle esperienze simili alle loro, capivano subito che stavo mentendo.
Non volevo finire nelle mani di un ragazzo inesperto, incapace di slacciare un reggiseno, e che mi avrebbe solo disgustata. Noah ci sapeva fare. Sapeva come dare piacere a una donna in modi che neanche immaginavo.
Lui era diverso. Mi faceva sorridere. Ci metteva tutto il suo impegno per farmi sorridere.
Cominciai a frequentare Noah tutte le settimane. Mentivo, dicevo che mi pagavo delle ripetizioni per gli esami di ammissione, e invece spendevo tutti i miei risparmi per passare del tempo con lui al Charming Devil.
Iniziai a guardarlo con occhi diversi. Mi faceva sedere spesso sulle sue ginocchia, mi ascoltava e mi riempiva di complimenti. Non i soliti complimenti. Mi diceva quello che nessuno mi aveva mai detto, e che desideravo sentirmi dire da sempre.
Così, quel giorno, prenotai il mio appuntamento nel privè con lui. Mi presentai truccata da adulta, in un abitino leggero e facile da sfilare. Sotto quella stoffa nascondevo la biancheria più audace che avessi mai indossato.
Noah capì le mie intenzioni. Prima ancora che ordinassimo da bere, mi stava già baciando, e mi accarezzava le cosce, le natiche e i fianchi. La sua barba mi pungeva da morire, ma sopportai, pregando che facesse in fretta con quei preliminari.
Cominciai a muovermi sopra di lui per spingerlo ad andare oltre. Lasciai che il vestito mi scivolasse, per mostrargli un accenno del mio seno.
"Wow. Piano, bimba. Piano." mi disse tenendomi ferme le braccia. Aveva il viso tutto rosso. In un certo senso, era tenero. Probabilmente, non ricordava neanche il mio nome.
Si mise a guardare il mio seno con insistenza, e io tirai giù l'abito, per mostrargli quello che voleva.
"Ehi... dove le hai tenute nascoste per tutto questo tempo?"
Scherzava, cercava di mettermi a mio agio. Di farmi sorridere, anche in quella situazione. Mi spogliò velocemente e senza esitare. Chissà quante altre volte lo aveva fatto. Era così sicuro di sé.
Baciò ripetutamente il mio seno nudo, lo tenne nelle sue mani grandi, ed io pensai che per l'imbarazzo sarei fuggita. Invece era bello, piacevole, eccitante.
Mi fece sdraiare e si mise sopra di me. Lo sentivo pesante, e forte, quasi da non respirare. Scese a baciarmi l'addome, e mi dimenai.
Mi sfilò le mutandine in un solo gesto, e cominciò a toccarmi. Io mi sforzavo di tenere gli occhi aperti per guardarlo, e lui muoveva le dita dentro di me incessantemente. Non avevo mai provato nulla di simile, il piacere era quasi insopportabile. Temevo di impazzire.
A un certo punto, non so bene come, ma si accorse di qualcosa. Si fermò e mi guardò preoccupato.
"Bimba... non dirmi che..."
Scese lungo il mio corpo, e mise la testa tra le mie ginocchia. Sentire il suo respiro dove ero più sensibile per poco non mi fece urlare.
"Ma tu sei vergine." mi disse serio. "No, così non va bene."
Mi sentii morire.
"Non va bene?" gli chiesi.
"La prima volta è una cosa troppo importante per le ragazzine."
"Ma io lo voglio! Io voglio che sia tu!" farneticai nel panico.
"Piccola, io sono un host, non me lo merito. La prima volta devi farlo con qualcuno che ti piace."
"Tu mi piaci."
"Voglio dire, con qualcuno a cui vuoi bene. E soprattutto, che ti voglia bene. Se lo fai con me, te ne pentirai per tutta la vita."
All'improvviso, mi sentii così piccola e insignificante. Scoppiai in lacrime e mi coprii il viso.
"Su, su, non piangere." mi consolò lui, "Sarà per la tua seconda, o terza volta, e tutte quelle che vuoi, ma non questa."
Mi coprì le spalle con la giacca che si era tolto, e mi strinse in un abbraccio. Per tutto il tempo mi accarezzò la testa, asciugò le mie lacrime e mi sorrise con dolcezza e comprensione. Pensai che fosse un uomo davvero fantastico.
Dopo quella volta, non tornai mai più al Charming Devil. Non ebbi neanche il coraggio di passarci di fronte, per paura di incrociare lo sguardo di Noah.
Non ho ancora trovato nessuno a cui donare la mia prima volta, ma sono più che certa che la seconda, la terza, e tante altre ancora, voglio che sia lui ad averle.


Yléne

sabato 2 agosto 2014

Il registro di Ray - L'arrivo di Kim

Quando vidi entrare Kim nella hall per la prima volta, pensai che fosse un ragazzino in cerca di sua madre. Lo accolsi al meglio della mia cortesia, ma lui piantò sgarbatamente le mani sul mio bancone e mi chiese:
"Chi è il capo, qui?"
"Il titolare è impegnato, in questo momento." gli risposi. Avrei voluto buttarlo fuori a calci, ma non mi era permesso. "Può tornare stasera, o aspettare che si liberi."
Kim sbuffò investendomi completamente con l'aroma del suo chewing-gum. Era uno degli individui più maleducati che mi fossero capitati.
"Non ho tempo da perdere, tornerò stasera."
Onestamente, mi chiesi che razza di impegni potesse mai avere un ragazzo della sua età in piena estate.
Lo vidi tornare poco prima che finisse il mio turno.
Fece irruzione proprio mentre parlavo con Castiel, senza neanche salutare, e me lo ritrovai davanti al naso con la stessa espressione sfacciata del pomeriggio.
"Allora, dov'è il titolare?"
Non ebbi il tempo di rispondergli, e nemmeno quello di contare quanti schiaffi si meritava. Castiel intervenne infastidito, e probabilmente pronto a rispedirlo dai genitori.
"Sono io."
"Ah, sei tu?"
Rimasi stupito dal suo modo di affrontarlo spavaldamente. Avevo visto persone di ogni tipo impallidire, indietreggiare, ansimare, o perlomeno esitare davanti a Castiel, soprattutto quando mostrava quello sguardo da rapace.
"In persona. Hai qualcosa da dirmi?"
Conoscendo il mio collega, sapevo che si stava preparando per divorarlo vivo, ma il ragazzino fece qualcosa di totalmente inaspettato. Cambiò repentinamente atteggiamento, divenne dimesso, timido e chinò la testa.
"Voglio diventare un host." affermò.
Castiel rise di gusto, ed io stesso non riuscii a trattenere un sorriso.
"Quanti anni hai?"
"Diciotto." gli rispose schietto.
"Torna quando sarai più grande, ok? Non abbiamo orari adatti agli studenti."
Kim non si arrese. Per qualche assurdo motivo, Castiel non riusciva a incutergli la benché minima soggezione.
"Non sono uno studente."
"E cosa fai nella vita?"
Nel momento in cui sentii la risposta di Kim, ricordo chiaramente la sensazione di disagio che provai, ma ancor di più ricordo la scintilla che si accese negli occhi di Castiel. Non era facile che si animasse tanto.
"Poso come modello per S.A. da due anni."
Il mio collega lo fissò per un paio di secondi, insolitamente muto.
"Sei assunto."
Lasciai perdere il contegno che mi era imposto e manifestai tutto il mio sgomento:
"Castiel! Come... Cosa vuoi dire?!"
"Mi hai sentito Ray, il ragazzino è assunto, perciò provvedi al resto."
"Ma è appena maggiorenne!"
"E allora? Hai idea dei fiumi di ragazzine che attirerà nel nostro locale? S.A. è il mensile per teenager più venduto al momento."
Guardai di nuovo Kim, e sebbene non osassi mettere in dubbio il suo bell'aspetto (fattore di primaria importanza per un host), erano le sue maniere a preoccuparmi.
In ogni caso, gli ordini di Castiel non erano discutibili, perciò fui costretto a procedere.
All'inizio, furono in molte le ragazze che Kim fece fuggire in lacrime dal nostro locale, ma quelle che restavano semplicemente a fissarlo a bocca aperta erano il doppio. Non capivo che senso avesse, ma pur di stare sedute di fronte a lui, le sue ammiratrici erano disposte a pagare l'impensabile.
L'unica cosa di cui potevo lamentarmi erano le minorenni che appannavano le nostre finestre per spiarlo, impossibilitate ad accedere al Charming Devil, e la mia quotidiana fatica per scacciarle evitando di sembrare un tiranno.


Ray

martedì 10 giugno 2014

Osservazioni di Castiel - La divisa

È stata dura scegliere una divisa per Emily. Per giorni ho pensato di prenderle un costume da cameriera sexy. Volevo che lo indossasse e che mi chiamasse "padrone", ma il pensiero che gli altri host avessero fantasie erotiche su di lei mi ha fatto desistere.
Anche se... farmi chiamare "padrone" non mi dispiacerebbe affatto.


Castiel

giovedì 5 giugno 2014

Bianca Brown intervista il Charming Devil! - Ray, il maitre

B.: Lei è pronto, Ray?
R.: La prego, inizi subito, prima che il telefono riprenda a squillare.

B.: D'accordo, allora accendo il registratore. [...]
    Sono Bianca Brown, di ritorno al Charming Devil, questa mattina, per conoscere meglio una delle figure portanti dell'Host Club. Accoglie le clienti e ha un aspetto impeccabile, affidabile e affascinante, ma chi è in realtà Ray?
R.: Signora Brown, la prego. Non sono diverso da un comune impiegato.

B.: Non sia modesto. Sono certa che dietro la sua apparenza seria si nasconda un uomo che... che cosa sta facendo?
R.: Come vede, sto pulendo i miei occhiali.
B.: Lo vedo ma... lo fa sempre in modo così... sexy?
R.: Questo è perché amo i miei occhiali.

B.: B-Be', i-io... uhm. Ha finito?
R.: Chiedo scusa.
B.: Ha mai considerato l'idea di indossare delle lenti a contatto?
R.: Detesto le lenti a contatto.
B.: Come mai le detesta?
R.: Perché sono due, e sono l'una indispensabile all'altra, come una patetica coppia di sposini. Gli occhiali, invece, costituiscono un oggetto unico. Deve sapere che il concetto di coppia mi disturba, Signora Brown.

B.: Ora capisco, lei deve essere un po' come Castiel, dico bene?
R.: Non esattamente. Sarò lieto di continuare il discorso un'altra volta, ma adesso, se vuole scusarmi, il telefono sta squillando.
B.: S-Sì... eh? Ma cosa..? La prego, non lo faccia, sono una donna sposata!
R.: Volevo solo salutarla. Con permesso.

[...]

B.: Oh, mio Dio.

Le Ricette di Finn: Il Kir Royal

Ingredienti:
Crème de Cassis - 10ml.
Champagne - 90ml.


Credo che questo sia il cocktail che preparo più spesso, al Charming Devil, ed è anche il mio preferito, perché non mi fa perdere tempo e ha un prezzo altissimo.
Dunque, da dove posso iniziare... In questo locale ci piace stupire le signore, e non possiamo certo farlo servendo loro delle cose che potrebbero bere anche al bar infondo alla strada.
Per prima cosa, prendo un bel bicchiere da champagne, metto sul fondo tre cubetti di ghiaccio, due more e un lampone. Poi verso la Crème de Cassis lentamente, e infine lo champagne freddo. Tutto qui. Non mi disturbo a mescolarlo, perché mi piace che non abbia un colore uniforme.
Quel viziato di Castiel, invece, lo vuole senza ghiaccio né frutti di bosco, e mescolato. Ogni volta mi costringe a servirgli un bicchiere triste e spoglio... Qui sono tutti matti.


Finn