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giovedì 7 maggio 2015

A Devil in Paris - download ebook

Molte lettrici mi hanno chiesto, per comodità, una versione ebook della miniserie A Devil in Paris. Io non ho voluto metterla in vendita, perché come ben sapete è gratuita, disponibile sul blog, su Wattpad, e tramite feed anche su Goodreads. Si tratta di piccoli brani in prima persona che ho scritto di getto, per puro svago, per lenire l'attesa fino all'uscita di Luring Devil. Non sono essenziali per la trama.

Update: disponibile gratuitamente su Kobostore.

Di seguito, elenco i link utili per scaricare gratis o leggere A Devil in Paris:

Download A Devil in Paris (Kobo - Kobostore)
Download A Devil in Paris (mobi - ebookservice)
Download A Devil in Paris (epub - Mediafire)
Download A Devil in Paris (mobi - Mediafire)
Leggi A Devil in Paris su Wattpad
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sabato 25 aprile 2015

A Devil in Paris - The Devil returns

Non avevamo un programma specifico. Io e Castiel potevamo restare quanto volevamo a Parigi, ma pochi giorni dopo la fine del suo corso, lui sembrava avere fretta di fare le valigie. Io, invece, sarei rimasta lì a farmi cullare ancora un po'. Non capivo la lingua e non conoscevo le strade, ma finché eravamo lì, io e Castiel sembravamo quasi una coppia normale. Per questo, quando tornò a casa con i nostri biglietti di ritorno, presi senza nemmeno chiedere la mia opinione, ci rimasi un po' male.
Lui contattò subito Ray, lo avvertì del nostro ritorno, e gli disse di volerlo incontrare al più presto per discutere del Charming Devil.
Ancora non sapevo se avesse davvero intenzione di riaprirlo, e forse non lo aveva deciso nemmeno lui.
Quando fu il momento di prendere l'aereo, non ero l'unica ad avere un'aria pensierosa. Anche Castiel era inquieto, non me ne spiegò il motivo, ma da alcune sue frasi capii che ciò che stava provando era molto simile a cosa provavo io.
"Correrai tra le braccia di Eric appena arriveremo, vero?"
"Penso che appena arriveremo, mi farò una bella dormita." gli risposi.
"Non prendermi in giro."
"Ma è la verità. Non sento Eric da una vita e probabilmente non sa nemmeno che stiamo tornando."
"Come se non lo sapessi che, appena ti toglierò quel collare, scapperai via come un gatto randagio."
Trattenni il fiato. In quelle sue parole c'era una strana malinconia, e cominciai a pensare che in fondo anche io fossi diventata indispensabile per lui.
"Allora non togliermelo."
 Sogghignò tra sé e sé e mi accarezzò prepotentemente la coscia. Dentro di me tremavo di paura e insicurezza. Tornare al Charming Devil significava anche rivedere Castiel in compagnia di altre donne, e solo al pensiero mi sentivo mancare il fiato.

giovedì 22 gennaio 2015

A Devil in Paris - Devil's Coiffeur

I capelli di Castiel allungavano a vista d'occhio. Ogni giorno erano più sani, lucenti e vitali che mai, e iniziarono presto a infastidirlo. Gli cadevano sul volto quando mangiava, quando leggeva, quando mi baciava, ma soprattutto quando facevamo l'amore. 
In quei momenti, lui pretendeva che tutto fosse perfetto, così, una notte, gli legai le ciocche più lunghe sulla nuca con uno dei miei elastici. 
Il codino gli stava davvero benissimo, e gli piacque, tanto che decise di tenerlo fino al giorno in cui finalmente ebbe il tempo di andare dal parrucchiere.
Io andai insieme a lui, naturalmente. Era un salone di bellezza enorme, con grandi vetrate che davano su un viale trafficato e alla moda. Appena entrati, mi affidò alle sapienti mani di uno dei coiffeur, parlandogli strettamente in francese per proibirgli in modo assoluto di manomettere i miei boccoli. Lui non voleva che li tagliassi. Ogni volta li rigirava tra le proprie dita, quasi fossero di sua proprietà.
Il parrucchiere che si occupò di me, quindi, si limitò a farmi un trattamento lungo e tedioso, stendendo prodotti oleosi ciocca per ciocca con pettine e pennello.
Lo specchio davanti a me mi ritraeva così da vicino che mi sentivo ridicola, ma mi permetteva di sbirciare nella direzione di Castiel, finché non lo vidi sparire in un corridoio.
Lo persi di vista subito dopo, ma se avessi voluto trovarlo, mi sarebbe bastato seguire i risolini delle ragazze nel salone, e i loro sguardi civettuoli.
Prima che potessi vederlo, passò quasi un'ora. I miei capelli non erano molto diversi, ma quelli di Castiel mi sorpresero. Sulla nuca aveva un codino sottile, simile a quello che gli avevo fatto io qualche giorno prima.
Gli chiesi perché avesse voluto tenerlo e la sua risposta mi lasciò senza parole.
"Perché mi piace come tocchi i miei capelli."
Lo osservai attentamente. Le ciocche ribelli, nere come la notte, domate intorno al suo volto, sulla sua fronte, minacciavano di scomporsi da un momento all'altro, e sulla spalla, brillante, poggiato sul cardigan di un tessuto morbido e chiaro, quel codino sembrava parlare di me, anzi, di noi, delle nostre nottate insonni, delle fughe negli hotel più sperduti della città quando, esausto dalle persone che continuavano a cercarlo, mi portava dove non potessero trovarci.
Lo sfiorai con le dita e sorrisi.
"Hai voluto tenerlo solo per questo?"
"Sì." mi rispose distogliendo lo sguardo. "E non ho intenzione di farlo toccare a nessun altro. Questo sarà un... simbolo. Qualcosa che appartiene solo a te."
Mantenne la parola. Ogni mattina, prima che uscisse, osservavo attentamente i suoi capelli, e quando tornava, mi accorgevo che erano rimasti intatti. Non ha mai permesso a nessuna donna di passare le dita tra i suoi capelli come facevo io.
Quella sera stessa, a letto, non riuscivo a smettere di baciarlo. Tenevo una mano sulla sua spalla, e l'altra sulla sua nuca, sentivo scorrere le sue ciocche fini e morbide tra le mie dita, e il suo corpo contro il mio. Scesi dalle sue labbra a baciargli il collo, il petto, annegando nel suo profumo, estasiata per ogni volta che ansimava. Però sapevo che non avrebbe sopportato a lungo quel contatto.
A un certo punto allontanò la mia testa e mi fermò.
"Emily, piano... piano. Che cos'hai stasera?"
"Non lo so."
Rise, mi allontanò di più, ed io lottai contro le sue braccia per avvicinarmi di nuovo.
"Invece lo sai, ma ti imbarazza dirlo."
"Ti voglio." mi sfuggì involontariamente. Non glielo avevo mai detto. Certo, lo avevo pensato molte volte, forse lo pensavo ogni volta che lo guardavo, ma non avevo mai avuto il coraggio di dare voce ai miei pensieri.
"D'accordo." Mi rispose, e si sciolse i capelli.
Tenne l'elastico tra le dita, mi unì i polsi dietro la testa, e lo usò per bloccarmi le mani. Istintivamente, mi morsi il labbro inferiore.
"Però, adesso devi calmarti." mi intimò a voce bassa, "Ti darò tutto quello che vuoi, ma questo è il mio gioco."
Era il suo gioco, e decideva lui le regole. Non avevo mai avuto nulla in contrario. Controllava ogni cosa con la maestria di un direttore d'orchestra. Il mio piacere, il suo, i miei orgasmi, la mia voce, ma non il suo istinto. Quello era degno di un diavolo.

venerdì 12 dicembre 2014

A Devil in Paris - Hell of a Laundry

Ovviamente, ero io ad occuparmi di tutte le faccende di casa per Castiel. Pulizie, cucina, bucato: di giorno ero una badante, di pomeriggio l'animaletto da compagnia di Mami, e la sera, per tutta la notte e fino al mattino, finalmente, l'amante di Castiel.
Era impossibile che una persona come me non combinasse guai, ma cercavo di stare attenta, perché non riuscendo a pronunciare una sola parola in francese, non avrei saputo come chiedere aiuto.
Purtroppo, per quanto potessi essere prudente, c'erano cose che accadevano a prescindere, e non potevo fare nulla per evitarle.
La lavanderia si trovava al piano di sotto del nostro appartamento. Ogni volta che scendevo le scale, qualche indumento cadeva dalla mia cesta, e rischiando di rotolare giù per i gradini, mi chinavo a raccoglierlo. Finché si trattava delle camicie e delle giacche di Castiel, non mi preoccupavo più di tanto, ma è capitato spesso che i vicini notassero i miei completini succinti, e qualcuna di quelle cosette che Castiel mi regalava perché le indossassi apposta per lui. Era sempre così imbarazzante. Non sapevo cosa dire, e se anche mi fosse venuta in mente una risposta intelligente, non avrei saputo tradurla. Così sorridevo, recuperavo merletti, nastri, reggicalze e babydoll e continuavo per la mia strada, lasciando che i vicini mi credessero una sorta di maniaca sessuale.
E così, un giorno accadde uno di quegli eventi inevitabili. Vidi per la prima volta l'inferno, ed era fatto di acqua e bolle di sapone.
Non so bene cosa successe. Misi i vestiti nella lavatrice come al solito, poi il detersivo, la chiusi e l'avviai. Niente di più semplice. L'avevo fatto centinaia di volte.
Quella macchina infernale, però, cominciò prima a borbottare, poi a sussultare, e a emettere strani suoni e rumori, fino a che sentii scorrere dell'acqua, e prima che realizzassi cosa stava succedendo, il pavimento era diventato un prato di schiuma pericolosamente scivoloso. Mi avvicinai alla lavatrice con cautela, pensando di spegnerla, di rimediare, o perlomeno di interrompere quella produzione in massa di bolle, ma mi ritrovai per terra, supina, e con il mento dolorante: ero scivolata, e mi ero anche fatta male. Strisciai sulle ginocchia, raggiunsi la lavatrice, mi misi a premere dei tasti a caso per farla smettere, e non ottenni nessun risultato. L'acqua sgorgava copiosa, la schiuma aumentava di volume, e ogni volta che provavo ad alzarmi scivolavo di nuovo. Era un incubo. Presi il mio cellulare per chiamare aiuto prima che il piano di sotto si allagasse completamente. E chi avrei potuto chiamare? Non conoscevo nessuno. Mi toccò disturbare Castiel durante uno dei suoi incontri, e sperare che mi rispondesse, che mi desse una mano e che non si infuriasse troppo.
Con mia sorpresa, mi rispose preoccupato.
"Cosa è successo, Emily?"
"Ho bisogno di aiuto, sto annegando!" gli dissi in preda al panico.
"Cos... Aspetta, come sarebbe a dire che stai annegando?!"
"Non lo so, la lavatrice è impazzita, sono bloccata in un mare di schiuma!"
"Ok, ascolta. Dovrebbe esserci un cartellino sul lato della lavatrice, con il numero del centro assistenza. Leggilo ad alta voce e li chiamerò io."
"Ok."
Mi alzai goffamente, appesantita dai miei stivali inzuppati d'acqua, e vidi le mie gambe già segnate dalle cadute. Presto avrei avuto dei lividi spaventosi. Cercai qualcosa a cui reggermi, raggiunsi il lato della lavatrice e fissai quello che rimaneva di un adesivo sbiadito per decifrare il numero.
"Ci sono!" dissi trionfante, "Allora, il numero è... Ah!"
"Emily?!"
"Ahi..."
"Maledizione, che diavolo stai combinando?!"
"Sono caduta di nuovo. Che male..." piagnucolai affranta e frustrata.
"Va bene, ho capito. Resta dove sei."
"Eh?"
"Sto arrivando, perciò non muoverti da lì."
Non mi diede il tempo di scusarmi, né di ringraziarlo. Mise giù la chiamata ed io rimasi con il cellulare tra le mani, circondata da bolle di sapone che sembravano volermi seppellire. Sperai che non ci fosse traffico, che lui arrivasse in fretta, e così fu.
Lo vidi spuntare sulla soglia della porta, agitato e stupito. Prima mi guardò con tenerezza, ma subito dopo esplose in una risata derisoria. Cominciò a camminare verso di me, con un equilibrio invidiabile, poggiando i palmi delle mani lungo le pareti, mentre io tendevo le braccia verso di lui, aspettando che mi salvasse. Mi sentivo così ridicola.
Mi aiutò ad alzarmi, e per poco non finimmo entrambi per terra. Mi aggrappai saldamente a lui e in un modo o nell'altro riuscii a venire fuori da quell'inferno, gocciolante e infreddolita.
Lui guardò la sua preziosa maglietta griffata marchiata irrimediabilmente dalle mie mani intrise di sapone e scosse la testa, poi fissò lo sguardo su di me.
"Non preoccuparti, le macchie verranno via." lo tranquillizzai.
Ignorò del tutto la mia frase, e invece mi chiese:
"Ti sei fatta male?"
"Solo un po'." risposi mostrando il mio polpaccio che stava già iniziando a gonfiarsi.
Castiel fece una smorfia.
"Ah... Andiamo di sopra, tutto questo detersivo mi sta facendo venire il mal di testa."
Mi aiutò a stendermi sul divano appena fummo in casa, mi portò un asciugamano, insolitamente gentile e premuroso. Fece un paio di telefonate delle quali non compresi nulla, e si voltò a guardarmi mentre cercavo di asciugarmi. Mi venne vicino senza dirmi una parola, si mise sopra di me e mi guardò severamente.
Ero confusa. Mi era saltato addosso o voleva solo sgridarmi?
Ancora in silenzio e sotto il mio sguardo dubbioso, si tirò via la maglietta lasciandomi imbambolata.
"Castiel..."
"Sì, lo so, dovrei preoccuparmi e prendermi cura di te, ma spiegami come posso resistere davanti a una ragazza tutta bagnata."
Mi spogliò impaziente, come un bambino affamato avrebbe scartato un dolce.
Pensai che fosse davvero un'ottima ricompensa, lasciarmi accarezzare dalle sue mani sublimi dopo le scivolate che avevo preso poco prima, e mentre già pregustavo il momento in cui l'avrebbe fatto, e subivo i suoi baci caldi e violenti, qualcuno suonò alla porta.
"Che facciamo?" chiesi.
"Ignoriamolo."
Scese sul mio seno, sul mio addome, e di nuovo il campanello trillò, insistentemente.
"Castiel, forse dovremmo..."
"Silenzio, se ne andrà."
E invece, non se ne andò. Quella persona cominciò a suonare a ripetizione, e non mostrava alcuna intenzione di arrendersi.
"Dio, odio quando ci interrompono." si lamentò lui, tirandosi su.
Sbuffò, si mise in piedi, e mentre richiudeva i bottoni dei suoi jeans, il campanello continuava a trapanare i nostri timpani.
"Un attimo!" gridò contro la porta.
Mi rimisi in ordine anch'io, e lui andò ad aprire infuriato e a torso nudo, infischiandosene delle buone maniere e di chiunque si trovasse lì fuori.
Sentii quella voce... e d'istinto premetti un palmo sul mio viso.
"Oh, Castiel, cosa ci fai qui a quest'ora? E perché ci avete messo così tanto a rispondere? Mi stavo preoccupando, pensavo che Emily fosse morta!"
"Mamma..." mormorò a denti stretti. "Che cosa vuoi?"
"Niente, passavo di qui per caso, e allora..." spiegò vagamente Mami, spingendo di lato il figlio e introducendosi presuntuosamente in casa. Vidi cosa aveva in mano e trasalii.
Sventolò in aria un paio di mutandine minuscole di tulle arricciato, forse tra le più imbarazzanti del mio guardaroba e mi domandò:
"A proposito, ho trovato queste sulle scale. Sono tue, vero? Oh, ma certo che sono tue, conosco i gusti di mio figlio. Dovete fare più attenzione, santo cielo!" continuò, come se volesse sgridarci entrambi. "Capisco la passione travolgente, ma sulle scale... è così sporco, rischiate di prendere un'infezione!"
Se io avevo raggiunto il limite della mia vergogna, Castiel aveva ampiamente superato quello della sua pazienza. Scuro in volto, tenne la porta aperta e sibilò:
"Mamma... Vattene. Ora."
Mami si guardò intorno spaesata, si finse ingenua, fissò gli occhi sul divano e si mise una mano davanti alla bocca.
"Ho interrotto qualcosa, forse?"
"Sì." rispose lui senza pietà.
"Oh... allora tornerò tra mezz'ora, va bene?"
"No, per niente."
"Tra un'ora? Non vi basta un'ora?"
"Fuori di qui!"
"Va bene, va bene. Quanto sei permaloso."
La situazione mi faceva venire un po' da ridere, ma sapevo che se anche avessi osato sogghignare, Castiel si sarebbe arrabbiato. Ripensai alle parole di Mami, e mi assalì un dubbio.
"Castiel... come fa tua madre a conoscere i tuoi gusti, esattamente?"
"È una storia lunga."
"E non me la racconterai, vero?"
"Non oggi."


venerdì 28 novembre 2014

A Devil in Paris - Devil's Princess

"Vieni, Emily. Non avere paura. So che non ti piace il buio, ma fidati di me. Segui la mia voce."
"Ho paura di inciampare."
"Sono qui, non ti lascerò cadere. Avanti."
Mossi i miei passi incerta, seguendo il suono della voce di Castiel che si faceva sempre più vicina. Sentivo scricchiolare del terriccio sotto i tacchi delle mie scarpe, il profumo dei fiori e il rumore di una fontana. Doveva avermi portato in un giardino.
"Posso togliermi la benda, ora?" gli chiesi scossa da un brivido di freddo.
"Non ancora." mi rispose. Era alle mie spalle. "Prima rispondi a una domanda. Qual era il tuo sogno da bambina?"
Sorrisi. Ne avevo avuti così tanti.
"Quello che mi hai raccontato mentre ti baciavo la schiena, ieri notte." precisò. "Poco prima di addormentarti."
Arrossii.
"Scoprire di essere una principessa?"
Sentii le sue dita tra i miei capelli e poggiò qualcosa sulla mia testa, poi si allontanò.
"Adesso puoi toglierla."
Lo feci immediatamente, e quello che vidi mi lasciò a bocca aperta. Una tavola imbandita solo per noi, alla luce di un lampione, in quel giardino da favola. E lui era... elegantissimo e perfetto, come sempre.
Sembrava davvero uno dei miei sogni, il più bello che potessi immaginare.
"Che cosa... Perché?" balbettai con un filo di voce.
Mi baciò all'improvviso e rimasi senza respiro.
"Buon compleanno."
Non riuscii a trattenere le lacrime. Ero felice, come non lo ero mai stata prima.
"Non... Non c'era bisogno di fare tutto questo. Sarebbe bastata una fetta di torta, e qualche palloncino, e..."
"Sarei stato un pessimo host."
Toccai la coroncina sulla mia testa e sorrisi tra me e me.
"Non è da te."
"Hai ragione. Ma dovevo trovare un modo per farmi perdonare."
"Cosa dovrei perdonarti?"
"Molte cose." mi rispose prendendomi la mano e trascinandomi verso il tavolo. "Quelle notti in cui ti lascio da sola. Quando piangi di gelosia, quando resti sveglia ad aspettarmi, quando non riesco a prendermi cura di te come ti avevo promesso. Tutto questo non era nei miei piani."
Mi fece sedere e prese posto di fronte a me. Non aggiunsi niente e decisi di godermi quella serata.
"Fino a domattina sarò il tuo host, e non permetterò a nessuno di interromperci."
La cena era incantevole, ma io volevo stare tra le sue braccia, non mi bastava averlo vicino. Non mi bastava più. Volevo sentire la sua pelle sulla mia, le sue mani, il suo respiro.
Per qualche motivo, pensai a mia madre. E poi, come se dall'alto qualcuno avesse voluto esaudire il mio desiderio, cominciarono a scendere pesantissime gocce di pioggia, una dopo l'altra, inzuppando la nostra tovaglia bianca, e il mio vestito leggero.
Scoppiai a ridere, mentre Castiel si premette un palmo sulla fronte.
"Dannazione. Avevo controllato le previsioni, non avrebbe dovuto piovere. Detesto questo clima." si lamentò frustrato. Forse era la prima volta che gli capitava un imprevisto del genere.
"Non fa niente." risposi. "È bellissimo lo stesso."
Scacciò indietro i capelli bagnati dalla fronte, si alzò e mi porse la mano.
"Andiamo, prenderai freddo."
Misi le mie dita sulle sue e lo seguii, mi portò fuori, verso il cancello, e nel tragitto i capelli mi caddero pesantemente sulle spalle, bagnati dalla pioggia e gocciolanti. L'acqua fredda sulla schiena scoperta mi stava facendo gelare fin dentro le ossa.
Mi bastò solo un istante per capire, dall'espressione dipinta sul volto di Castiel, che qualcos'altro era andato storto.
"Dove diavolo si è cacciato..?" sibilò. "Non ci credo. Non voglio crederci."
"Cosa c'è?"
"Il nostro autista è sparito. Deve aver pensato bene di lasciarci soli. Lo ucciderò."
Prese freneticamente il cellulare, e nello stesso momento un lampo violento, seguito da un tuono e scrosci di pioggia più intensi, ci fece sobbalzare.
Sbiancò in volto e mi guardò infastidito e irritato.
"Fantastico, non c'è campo."
Risi, così forte da sentire una morsa alla mascella. Lui era arrabbiato, cercava soluzioni che non c'erano, e mi sembrava tutto così buffo.
"Cos'hai da ridere?!" mi sgridò.
"Dovresti vedere la tua faccia..." ridacchiai senza fiato. "Sei sconvolto!"
"Ma tu guarda..."
Sbuffò contrariato, mi cinse le spalle e mi trascinò sotto una tettoia. Le travi di legno erano sottili, sconnesse tra loro, e non ci proteggevano un granché dalla pioggia. Intorno a noi non c'era nessuno che ci offrisse un riparo o almeno un cellulare funzionante e la serata sembrava destinata a finire in malora.
La sua camicia bagnata aderiva perfettamente alle sue spalle, mostrando i suoi muscoli scossi dal freddo.
I nostri sguardi si incrociarono. Io, decisa a cogliere l'ironia della situazione, e lui, deluso come un direttore d'orchestra a cui era stato negato il palco.
Prima ancora che potessimo dirci qualcosa, le nostre labbra si erano già incontrate. I suoi baci intensi e impetuosi mi fecero dimenticare persino del temporale. Misi le mani sotto la sua camicia, gli accarezzai la schiena, e lui tirò il fiocco che teneva il mio vestito chiuso.
Sentivo le gocce di pioggia gelide sulla pelle, insieme alla sua lingua e al suo respiro scottante.
"Quando ci sei di mezzo tu, la situazione mi sfugge sempre di mano." sussurrò sul mio collo. Fece per sollevarsi, ma lo trattenni tenendo saldamente il suo colletto.
"Non fermarti."
"Emily... qui, sotto la pioggia?"
Annuii con decisione e mossi le mani sul suo addome, aprendo i bottoni della camicia ormai del tutto bagnata.
Sospirò e mi spinse verso una delle travi che sorreggevano la tettoia.
"Va bene."
Le schegge di legno mi pungevano, ma ben presto le ignorai.
Le sue mani mi scaldavano, scorrevano lungo il mio corpo, tra i miei capelli, mi stringevano i fianchi e lui si muoveva dentro di me come se non ne avesse mai abbastanza di farmi sussultare.
Il temporale fitto ovattava i miei gemiti e i lampi illuminavano i nostri corpi persi nel buio.
I miei sentimenti traboccavano insieme al piacere che lui mi dava. Non potevo più metterli a tacere.
"Castiel, io..."
Un tuono inghiottì nel suo fragore il mio "ti amo", facendolo perdere per sempre. Sospirai per il mio coraggio andato sprecato nel nulla, e lui mi chiese:
"Hai detto qualcosa?"
"No."
Sogghignò in quel suo modo irresistibile.
"Allora fingerò di non aver sentito."

domenica 16 novembre 2014

A Devil in Paris - Devil's Lesson n.1

Onestamente, non avevo idea di cosa Castiel insegnasse ai suoi allievi. In che cosa consistevano le sue lezioni? Sorridere per finta senza farlo notare? Lanciare sguardi seducenti a chiunque, fare complimenti velati? Comportarsi come se la freccia di Cupido avesse trafitto il loro cuore per sempre?
Quando gli confessai che proprio non riuscivo ad immaginarlo come insegnante, rise e disse che mi avrebbe dato una dimostrazione pratica.
"Insegnante non è la parola giusta." precisò. "Mi definirei piuttosto un... addestratore."
Mi cinse dalle spalle e sentii il suo respiro sul mio collo. Mi provocò dei brividi dietro la nuca e lungo la schiena. Il suo braccio mi teneva stretta sotto il seno, e con l'altra mano accarezzava i miei fianchi lentamente. Conosceva ogni angolo sensibile del mio corpo e sapeva esattamente come toccarlo per farmi mancare il fiato.
"Gli insegno a lasciare le ragazze a bocca aperta, e poi..."
Fece scivolare dolcemente la sua mano sottile nei miei jeans, e ansimai.
"A conquistarle con ogni gesto, finché non sapranno più farne a meno."
Mi baciò, cercò la mia lingua con la sua e cominciò a stuzzicarmi con la punta delle dita. Lo faceva in  un modo tremendo e crudele, fermandosi sempre un attimo prima che raggiungessi il piacere.
"Gli insegni anche... ad abbandonarle quando meno se lo aspettano, come farai con me?"
Fermò la sua mano improvvisamente e mi sollevò il viso per potermi guardare negli occhi.
"Cosa stai dicendo?"
"Non lo farai?"
Mi rispose nascondendo il volto tra il mio collo e la mia spalla. Sentivo ancora le sue dita ferme, e fremevo perché continuasse.
"Sei la cosa più dolce che mi sia mai capitata." sussurrò in maniera impercettibile. "Sono troppo egoista per rinunciare a te, Emily."
Chiusi gli occhi e gli sorrisi. A volte avevo ancora paura che mi mentisse, ma quando mi diceva quelle parole, la sua voce era insolitamente profonda e malinconica. Non avevo la forza di dubitare di lui.
Sbottonai i miei jeans per facilitargli i movimenti, e accompagnai la sua mano con la mia. Castiel non si accontentava di farmi gemere, lui voleva stare dentro di me, furiosamente, scuotermi fino in fondo, svuotare la mia mente per invaderla solo con la sua presenza. E ci riusciva.
Poggiai le mani contro la parete fredda e liscia che mi stava di fronte, e attesi che mi facesse sua. Mise una mano tra la parete e la mia testa e compresi quel gesto solo quando prese a spingere il suo corpo contro il mio. Se non ci fosse stata la sua mano, ad ogni colpo avrei rischiato di urtare il muro. Lo aveva fatto per proteggermi. Per assicurarsi che non mi facessi del male.
"Sei preziosa per me, Emily." mi disse in un sospiro spezzato. "Non immagini neanche quanto."

giovedì 6 novembre 2014

A Devil in Paris - How to make a Devil

Per tutta la durata della mia permanenza a Parigi, la presenza della madre di Castiel fu quasi una cosa abituale per me. Veniva a trovarmi anche per il più ridicolo motivo che le venisse in mente. Me la ritrovavo dietro la porta quando comprava qualcosa di nuovo e voleva farmi vedere quanto le stesse bene, o farsi convincere che non le stesse male. Quando provava un gusto particolare di gelato, per dirmi che dovevo assolutamente assaggiarlo. Quando suo figlio non le rivolgeva abbastanza attenzioni, per lamentarsi di quanto si sentisse frustrata.
E parlava così tanto. Davvero, tanto. Non mi dava il tempo di rispondere alle sue domande, perché ipotizzava ad alta voce le mie risposte. E le sue domande diventavano ogni giorno più imbarazzanti per me.
"Riesci a soddisfare mio figlio con quel corpicino gracile? Be', forse sarai più semplice da maneggiare. Solo, mi domandavo... sei così piccola, le posizioni non saranno un po' limitate? Be', forse conoscerai altri modi per farlo divertire. Dio, la monotonia sotto le lenzuola è terribile."
Imparai a non arrossire più. L'unico modo per impedirle chiedermi dettagli sulla mia vita sessuale era farla parlare a lungo, tanto a lungo da stancarla. E c'erano due argomenti sui quali Mami aveva sempre molto da dire: Castiel e suo padre.
"Come ha conosciuto Gabriel December?" le domandai per salvarmi, una volta.
Il suo sguardo divenne immensamente triste.
"Gabriel..." mormorò assorta, "Non avrei mai sognato di incontrarlo. Ero solo una ragazzina, forse più giovane di te. Mi sembrò... il sole. Mi trattava così bene, e non avevo mai visto un vero giornalista in vita mia. Venne nel locale in cui lavoravo insieme al suo cameraman, mi puntò gli occhi addosso e mi diede un sacco di soldi prima ancora che mi levassi la maglietta. E poi cominciò con i complimenti, e mi chiese cosa ci facessi lì, e... tutte le solite cose che gli uomini fanno per portarsi le ragazze stupide a letto."
Sorrisi ironicamente tra me e me. Trattarmi bene? Ricoprirmi di complimenti? Castiel non lo aveva mai fatto, eppure ero finita nel suo letto lo stesso. Forse non ero stupida, pensai, ero una completa idiota.
"Mi promise che mi avrebbe portata via." continuò a raccontare Mami. "E io ci cascai con tutte le scarpe. Mi offrì la cena in un ristorante. Io non ci ero mai entrata in un ristorante vero, capisci? Ero convinta che mi amasse... e sono rimasta incinta." sbuffò nervosamente e aggiunse, "Mi chiese di abortire. Lo mandai a farsi fottere in quel momento. Decisi di tenere il bambino perché volevo un pezzo di lui con me, per sempre. E in cambio, lui mi abbandonò senza neanche avvertirmi."
La sua storia mi trascinò al punto che le chiesi di andare avanti.
"Poi, quando è nato il mio Castiel, l'ho cercato. Volevo che desse il suo cognome a suo figlio e infondo speravo che ci saremmo sposati, e saremmo stati felici, e... le solite cose che le ragazze stupide pensano, quando vengono ingannate da qualcuno. Non so come, ma riuscii a convincerlo. Forse gli facevo solo pena. Ma comunque, Gabriel se ne andò lo stesso, fece richiesta per l'affidamento di suo figlio qualche tempo dopo e il tribunale glielo concesse senza alcuna obiezione."
Fu quella volta che capii che, a parte gli occhi e la faccia tosta, Castiel non aveva ereditato nulla dal padre. Era strano, eccentrico, presuntuoso, ma lo conoscevo abbastanza bene da sapere che non era cattivo. Almeno non con me. Non avrebbe mai fatto nulla di così terribile nei miei confronti, ne ero certa.
"Castiel non è così." mi sfuggì inavvertitamente.
"Lo so." mi rispose Mami. "Se non stai ancora affogando la depressione nell'alcol è perché mio figlio è un uomo migliore di suo padre. È intelligente, responsabile, generoso... e dannatamente bellissimo."
Mi alzai per scacciare una lacrima di commozione che minacciava di rivelare alla terribile Mami tutta la mia debolezza e andai ad aprire la finestra. Dovetti sembrarle impazzita, perché stava diluviando.
"Che bel temporale!" esclamò lei stirando le braccia.
Io guardai i nuvoloni grigi e minacciosi, pensando a quando lui sarebbe finalmente tornato a casa.
"Già... È davvero bellissimo."

sabato 25 ottobre 2014

A Devil in Paris - Lovely Hell

Una volta stavo per dirglielo.
Stavo per commettere l'errore più grande, e ho rischiato di perderlo.
Mi teneva stretta tra le sue braccia, alle mie spalle. Mi accarezzava lentamente, faceva scorrere le sue dita fredde sulla mia pelle, al buio della nostra stanza. Si divertiva a stuzzicarmi, a farmi ansimare e a tenermi ferma, finché, stanca dell'attesa, finivo per implorarlo a darmi di più.
Quella sera, forse perché era da molto tempo che non passavamo la notte insieme, fu di una dolcezza indimenticabile. Trascinata in una lunga agonia, tra gli spasmi e i suoi baci febbrili, il suo profumo, e guardando quegli occhi famelici, schiusi le labbra e pronunciai il suo nome con voce tremante.
"Castiel, io..."
Lui lo intuì, in qualche modo. Mise una mano sulla mia bocca per farmi tacere e rispose soltanto:
"No."
Lo guardai intensamente. Cercai di dirglielo con gli occhi, ma aveva già capito, e non c'era alcun bisogno di fare altro.
"Non dirlo." mi intimò in un sussurro. "Odio quella frase. La odio con tutto me stesso."
Poi, come a voler spezzare l'incanto in cui mi aveva annegata, riprese a farmi male, ad affondare dentro di me con più forza. In realtà, in quel modo mi faceva impazzire ancora di più.
Anche se non voleva sentirselo dire, anche se non mi permetteva di dirglielo, non poteva impedire che glielo esprimessi in altri modi, in tutti i modi possibili.
Infondo, non avevo davvero bisogno di parole per farglielo capire.
Anche nel suo inferno, nella sua prigione, in mezzo ai suoi sentimenti contrastanti, non potevo fare a meno di amarlo.

venerdì 17 ottobre 2014

A Devil in Paris - A Devil's Child

Stando da sola, avevo molto tempo per pensare. Quelle rare volte in cui uscivo non parlavo con nessuno, perché non riuscivo a capire una sola parola di ciò che sentivo. Castiel aveva provato a insegnarmi alcune frasi in francese, ma ero davvero negata.
E così, sola con me stessa, pensavo a tante cose. Fantasticavo, sognavo che un giorno lui tornasse a casa con una rosa tra le mani e mi dichiarasse il suo amore. Che cosa assurda, patetica e impossibile.
Castiel comprava la libertà degli altri, in modo subdolo incatenava a sé le persone che desiderava, ma lui rimaneva inafferrabile, sovrastante e libero, come un re.
Eppure c'era una sola cosa che riusciva a fargli chinare la testa, un solo nome, un ricordo, un pensiero fisso. Hannah.
Una mattina, davanti allo specchio, si osservò con una sorta di inquietudine. Gli passai davanti, e lui mi fece una domanda strana, ma in qualche modo ricca di dolore.
"Emily, tu... vorresti avere un figlio da me?"
Sarebbe stato facile cascarci, credere che stesse pensando davvero a un futuro insieme, ma ormai lo conoscevo bene. Castiel non intendeva illudermi. In realtà, stava solo ripensando a lei, a Hannah. La sua indimenticabile Hannah.
"No." gli risposi freddamente.
Era una bugia talmente evidente, che non mi sforzai di aggiungere altro. Qualunque cosa che avrebbe potuto legarmi a Castiel per sempre, era ciò che desideravo.
"Sarei un pessimo padre, non è vero?"
"No, al contrario. Con la tua gelosia e la mania di controllo saresti un padre perfetto." obiettai. "Saresti presente in ogni momento, protettivo e responsabile. Però, non potrei mai donare una cosa tanto preziosa a qualcuno che..." esitai. Ciò che stavo per dire faceva male soprattutto a me, e rendeva reale la mia paura più grande. "A qualcuno che mi abbandonerebbe."
Non so di preciso quale fosse stato il motivo, ma le mie parole lo infastidirono profondamente. Si voltò di scatto, strinse il mio mento tra le sue dita e mi impedì di distogliere lo sguardo. In quei momenti, dimenticava di moderare la propria forza, e mi faceva un po' male.
"Vorresti dire che con qualcun altro lo faresti?" sibilò nelle mie orecchie.
"No. Non in questo momento."
"Bene. Perché nella tua testa voglio restare solo, chiaro?" mi intimò, strattonandomi leggermente il viso.
"Chiaro."
"Brava bambina."
Gli sorrisi. Chi altro avrebbe mai potuto prendere il posto di quel diavolo, dentro di me?

sabato 11 ottobre 2014

A Devil in Paris - Devil May Cry

Castiel cercava di prendersi cura di me al meglio che poteva, ma quel corso gli portava via un sacco di tempo. Non si trattava solo delle lezioni che dava ai futuri host, ma anche di appuntamenti e cene insieme ai responsabili del progetto. L'agenzia per la quale lavorava era composta per la maggior parte da donne, ed era inevitabile che lui ci avesse a che fare.
Quando riusciva a passare del tempo con me, mi chiedeva cosa avessi intenzione di fare e mi accontentava proprio come avrebbe fatto un padre con una bambina. Sembrava quasi il suo modo di farsi perdonare.
La maggior parte delle sere, però, era impegnato a soddisfare le altre. Non mi raccontava nulla, usciva senza accennare alla sua compagnia e tornava tardi. Molto tardi.
Io mi addormentavo solo quando lo sentivo rientrare, quando si sdraiava stancamente accanto a me. Non conoscevo i nomi, né i volti delle donne che frequentava, ma avevo imparato a distinguerle tra loro, e gli avevo affidato dei nomignoli. Ad esempio, quando Castiel usciva con B., i suoi vestiti restavano impregnati di un profumo femminile aggressivo e pungente. Se tornava da un appuntamento con R., gli trovavo addosso macchie di rossetto rosso sangue.
Quella che odiavo di più era N., perché sembrava consumarlo fino all'anima. Lo lasciava stanco, esausto e stressato, e lo teneva con sé fino a notte fonda, a volte fino al mattino.
Ero gelosa, ero gelosa da morire. Mi sforzavo di non pensarci, ma la mia mente vagava da sola a immaginare cosa quelle donne facessero con lui, e alcune notti piangevo a dirotto, mi chiudevo in bagno, abbracciavo la sua giacca, poi rimettevo tutto a posto e andavo a dormire.
Una sera, lui tornò a casa prima del previsto. Non lo sentii arrivare. Mentre piangevo, appoggiata con la schiena sulle piastrelle gelide, lui bussò alla porta del bagno, e mi chiamò delicatamente.
Sobbalzai. Non sapevo da quanto tempo fosse lì, ma ero certa che mi avesse sentito frignare e mugolare, perché lo facevo sempre ad alta voce. Cercai di rimettermi in sesto e uscii fingendomi disinvolta, ma lui mi sollevò il viso, vide i miei occhi gonfi e sconvolti, e sospirò pesantemente.
Mi guardò negli occhi. Sembrava dispiaciuto, ferito, frustrato.
"Scusami." mormorò.
Mi abbracciò e mi tenne stretta. Il tessuto del suo cappotto mi pungeva, anche attraverso la mia camicia da notte sottile.
"Mi dispiace." mi disse ancora, con la voce rauca.
"Non è colpa tua. Dovrei smetterla di pensarci, dopotutto me lo hai sempre detto..."
"Emily."
"Mi hai sempre detto che non abbiamo quel tipo di relazione, ma non riesco ancora ad abituarmi."
"Non devi essere gelosa di me."
"Lo so, lo so. Non sono l'unica, e non lo sarò mai."
Mi accarezzò i capelli e mi sussurrò qualcosa che mi provocò un brivido dietro la schiena:
"Però sei l'unica che mi fa stare bene. Delle altre non m'importa niente."

venerdì 10 ottobre 2014

A Devil in Paris - Devil's pet

A volte, Castiel rincasava molto tardi e rimanevo da sola tutto il giorno. Ci eravamo stabiliti in un appartamento piuttosto ampio, in centro.
In quelle occasioni, Mami veniva a farmi visita, con l'intento di lenire più la sua solitudine che la mia. Si piantava sul nostro divano per ore, e parlava come una vera donna frustrata. La maggior parte delle volte mi raccontava di suo figlio. Ne era completamente assuefatta e innamorata, quasi come le sue clienti dell'host club.
"È molto bello, vero?" mi ripeteva in continuazione. "Bello, intelligente, e bastardo come suo padre. Avrei voluto vederlo più spesso da bambino, ma Gabriel lo ha tenuto tutto per sé."
A volte chinavo la testa e restavo in silenzio. Non sapevo proprio come risponderle.
"Anche le mie ragazze lo adorano. Tu come hai fatto ad incontrarlo? Non sei come quelle che si porta a letto di solito."
"Io... lavoravo al Charming Devil." risposi con le guance in fiamme.
"Oh. Castiel non mi ha mai parlato di te nelle sue lettere, eppure mi racconta sempre ogni cosa. Ultimamente, mi ha persino parlato di un certo gattino che si è intrufolato nel locale."
Strinsi i denti.
"Un gattino?"
"Sì, una gattina randagia. Di notte se la ritrovava in casa, e aveva preso l'abitudine di dormire nel suo letto. Alla fine l'ha adottata e l'ha chiamata Emily, come te."
Da una parte avrei voluto ridere, ma decisi di non commentare, e attendere che Castiel tornasse per chiedergli spiegazioni.
Le offrii dell'altro tè per cambiare argomento, ma Cassandra insisté:
"Sono preoccupata. Castiel è allergico al pelo dei gatti. Dovrei convincerlo a sbarazzarsene il prima possibile."
"Suo figlio non le ha detto la verità." sbottai irritata. "In realtà, è stato lui stesso a portare a casa quel... gatto. Ed anche quando cercava di scappare, glielo impediva."
"Davvero? Non gli sono mai piaciuti gli animali."
"Ah, secondo me, invece, quella gattina gli piace molto. Le ha persino comprato un collare con il suo nome inciso. Simile al mio ciondolo, vede?"
Mami mi scrutò con un'aria inquisitoria e gelida degna di suo figlio. Scosse la testa lentamente e mi disse:
"Sì, a lui piace scrivere il proprio nome sulle cose che gli appartengono. Da piccolo, lo faceva sempre."


sabato 4 ottobre 2014

A Devil in Paris - Devil's Mami

"Il suo nome è Cassandra, ma tutti la chiamano Mami."
Questa fu l'unica informazione che Castiel decise di darmi.
"Cassandra e Gabriel... Castiel." dedussi ingenuamente. "Doveva essere molto innamorata. E anche romantica."
"Ti prego, non dire nulla di simile davanti a lei." mi fermò Castiel prontamente. "Odia mio padre, e odia la mia faccia perché è identica alla sua."
"Deve aver sofferto molto."
"Emily, ti stai facendo un'idea sbagliata. Non pensare a lei come a una dolce donna di mezz'età che prepara biscotti e tè... Perché è l'esatto opposto."
Scossi la testa, e lui trovò un modo piuttosto singolare di spiegarmi cosa dovevo aspettarmi da Mami.
"Dunque, se io avessi una ventina d'anni in più, e fossi una donna, come mi immagineresti?"
Deglutii e sospirai.
"Oh, mio Dio." mi lasciai sfuggire.
Lui ridacchiò e affermò:
"Esatto. Quella è Mami."
In realtà, neanche quella descrizione riuscì a prepararmi del tutto.
Quando Cassandra venne ad aprirci alla porta, mi ritrovai davanti ad una donna che sembrava fatta di silicone. Gli interventi di chirurgia plastica erano visibili in ogni parte del suo corpo: le labbra, gli zigomi, le palpebre, il seno, i fianchi. Aveva un trucco pesantissimo, una lunga coda di cavallo color platino e degli occhi come il ghiaccio. Le sue unghie erano lunghe e affilate, laccate di rosso, e le rughe sulle mani tradivano la sua vera età. La sua voce, poi, mi fece trasalire: era autoritaria e tonante.
Salutò suo figlio dandogli un bacio per guancia e subito dopo gli afferrò il viso con la mano, scrutandolo disgustata. Mi sembrò una scena orribile.
"Guarda come stai diventando." commentò nauseata. "Questa faccia... questa faccia è la copia sputata della sua."
"Non posso farci niente." le rispose Castiel ironico. 
"Lo so."
Accennò a me come se fossi stata un insetto. Un insetto che si era intrufolato in casa sua.
"E questa chi sarebbe?"
"Una mia collaboratrice."
Mami si voltò, mimò in modo crudele la smorfia del figlio e ribatté:
"Una che ti porti a letto."
"Esatto."
Per l'imbarazzo, credetti di sprofondare sotto terra. Non sapevo che tipo di rapporto ci fosse tra loro due, ma quel modo così diretto di dirlo mi lasciò allibita. Cassandra, da parte sua, non mostrò il minimo stupore. Mi guardò ancora con la coda dell'occhio e commentò:
"È piccola."
In effetti, nonostante indossassi un paio di scarpe col tacco, arrivavo a malapena alla spalla di Castiel, e poco più in basso a lei. L'altezza doveva essere una caratteristica di famiglia.
Eppure, fraintesi. Non era quello che Mami intendeva dire. Pestò la moquette con i suoi stivali pesanti, ci fece strada in casa e riprese:
"Anche tu con questo vizio delle ragazzine. Ce li ha diciotto anni?"
Non capivo perché parlasse come se io non fossi presente. Non le interessavo minimamente.
Cominciò a parlare in francese con Castiel, lui le rispondeva ridacchiando, e avevo la netta sensazione che mi stessero prendendo in giro, anche se non riuscivo a cogliere neppure una parola.
Non saprei dire se Mami fosse una bella donna o meno. Da una parte lo era certamente, ma dall'altra trasmetteva un qualcosa di negativo, di sporco e indecente. Non sembrava una mamma, neanche un po'. O perlomeno, non assomigliava affatto alla mia.

venerdì 3 ottobre 2014

A Devil in Paris - Diario di Emily

Quando siamo arrivati a Parigi, Castiel non era affatto entusiasta. Mentre il nostro aereo atterrava, lui stava sonnecchiando annoiato dalle ore di viaggio.
Siamo scesi, e non appena ho poggiato i piedi a terra, ho avvertito una stranissima sensazione di vuoto. Intorno a me, tutti parlavano una lingua che non conoscevo, non capivo cosa era scritto sui cartelli, non distinguevo le insegne dei negozi. Avevo una paura tremenda di perdermi. Davanti a noi, c'era un uomo con la sua bambina. Vidi la piccola spaventata e spaesata, proprio come lo ero io, aggrapparsi al braccio del padre e stringerlo forte. Istintivamente, feci la stessa cosa. Castiel non aveva l'aria dolce e paziente di quell'uomo, era svogliato e sbadigliava, ma mi trasmetteva sicurezza.
Lui sapeva già dove andare, era perfettamente orientato, parlava il francese in un modo tanto naturale che mi chiesi per quanti anni lo avesse studiato. Così, incuriosita, gli domandai:
"Sei già stato qui?"
"Ci vengo più o meno una volta all'anno."
"Oh... Quindi è qui che passi le tue vacanze."
"Non esattamente. Vengo a trovare una persona."
"Chi?"
Mi fissò infastidito per alcuni secondi, poi sogghignò.
"Ah, tanto sarebbe inutile nasconderlo." rispose. "Mia madre."
"Non parli mai di lei." mi sfuggì distrattamente.
Lui rise, mi cinse le spalle e disse:
"Non c'è bisogno che ti parli di lei, tra poco la conoscerai di persona."
Sbiancai in volto. Se solo provavo a immaginare che tipo di donna avesse potuto generare un ragazzo come Castiel, mi venivano in mente figure spaventose, quasi mitologiche. Una strega, un'imperatrice despotica, una di quelle matrigne malvagie delle favole.
Ancora non sapevo che quella persona che mi accingevo a incontrare era molto, molto più terrificante di quello che pensavo. Il suo nome mi fa tutt'ora tremare fin dentro le ossa. Cassandra, o come la chiamano tutti, Mami.